Raccontare un piatto non significa solo descriverne gli ingredienti o la tecnica, ma costruire attorno ad esso un mondo.
Per questo, prima di parlare di storytelling del cibo, è utile chiarire cosa intendiamo per storytelling e come si differenzi dalla narrazione. Secondo Alessandro Perissinotto, autore del libro “Raccontare” (Laterza, 2020), lo storytelling è l’atto di trasmettere storie attraverso qualsiasi linguaggio – parole, immagini, suoni, gesti – e può includere eventi reali o immaginari. La narrazione, invece, è una forma più specifica di storytelling: per esistere, deve infatti contenere almeno un personaggio, un’azione, un ostacolo e un obiettivo.
Ed è proprio quando questi elementi si intrecciano in modo autentico che anche un semplice piatto di pasta può diventare indimenticabile.
Scriviamo questo articolo con in mente la meravigliosa musica degli spot Barilla. Quella di Roberto Molinelli e Andrea Griminelli (Barilla ’99), ma anche la leggendaria Hymn di Vangelis. Una manciata di note e siamo già proiettati in un mondo fatto di casa, piatti fumanti e ritorni. Un tuffo nella nostalgia più confortante.
La pubblicità Barilla è una lezione di narrazione lunga decenni: gli spot iconici degli anni ’80, ’90 e 2000 (“Dove c’è Barilla c’è casa”), la voce di Sophia Loren durante il lockdown, per dire grazie “All’Italia”, il corto “CareBonara – Le Origini della Carbonara” (2021), che reinventa la tradizione con linguaggio cinematografico…
Barilla non ha mai venduto solo pasta. Ha venduto storie. E se oggi vogliamo comunicare davvero il food – che sia in sala ristorante, al bar, sui social o nel packaging – dobbiamo imparare da questi esempi.
Un buon piatto non basta. Serve una narrazione. E deve essere autentica, visiva, emozionale, memorabile.


